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Architettura

di Mercoledì, 19 Giugno 2013 - Ultima modifica: Mercoledì, 26 Giugno 2013
Immagine decorativa

A Fiavé e nelle sue accoglienti frazioni la struttura delle antiche case rurali è rimasta la stessa nel tempo.

Fin dal XVIII secolo le case si presentano di grandi dimensioni, solide e massicce, spesso allineate in un unico blocco plurifamiliare e costruite con l’impiego quasi esclusivo della tonalite, reperibile in loco, grazie all’estensione del ghiacciaio Adamello – Presanella che nella fase di massima espansione ricopriva tutto il Trentino occidentale e che nel suo ritiro ha depositato il materiale trasportato, disseminando le conche e i fondovalle di detriti e di massi erratici. Sono numerose le testimonianze di costruzioni e manufatti in tonalite: cantonate, murature, archi e stipiti delle aperture, acciottolato, recinzioni e pavimentazioni in lastre degli anditi interni.

Un altro patrimonio storico- architettonico molto importante ma poco conosciuto, è rappresentato dalla presenza di una cinquantina di portali in pietra, risalenti, al periodo XV – XIX secolo, ancora ben conservati, rimasti a testimoniare il passato di una civiltà architettonica e di un’antica tradizione ancora intatta. Questi portali si possono ammirare percorrendo la lunga via centrale di Fiavé, e i paesi di Ballino Favrio e Stumiaga e come “testimoni silenziosi” raccontano la storia dell’edificio (periodo di costruzione) dei proprietari originari (stemma, iniziali, fede religiosa), delle secolari attività artigianali, e lo stile nel corso dei secoli. Il più antico si trova a Favrio, è datato 1539, vede scolpita una forbice e uno spillo, simbolo dei sarti; a Fiavé nelle vicinanze del Museo delle Palafitte, potrete scoprirne uno, che riporta l’aquila bicipite simbolo imperiale degli Asburgo, a ricordo della lunga appartenenza della terra trentina al Tirolo, un altro si trova poi vicino alla Piazza, sulla cui volta è presente una maschera in pietra.
Altri elementi caratteristici degli edifici presenti nel centro storico  sono i lunghi poggioli in legno, che servivano una volta per essiccare le pannocchie di granoturco, e il “pont”, una salita d’accesso per i carri che dalla strada conduceva all’ ”era” (aia ) per il deposito del fieno e del grano. Questi “casoni”, erano occupati da famiglie numerose solitamente al primo piano, perché al piano terra c’era il portico e la stalla, ricovero del bestiame, dove prima dell’avvento della televisione c’era l’usanza di “far filò”, uno dei momenti di vita comunitaria più importanti della società contadina. Nelle sere d’inverno, era abitudine molto comune riunirsi nelle stalle, unico ambiente al caldo, per trascorrere del tempo assieme chiacchierando mentre si continuavano a svolgere delle attività legate al mondo contadino come intrecciare ceste, aggiustare gli attrezzi del lavoro , tessere e filare. Ancora tanti anziani di oggi ricordano le belle serate passate nei filò, dove si radunavano non solo tutti o in parte gli abitanti della contrada, ma anche giovani che talvolta provenivano da paesi vicini, se nelle stalle vi erano belle ragazze. Durante il periodo invernale dunque, la stalla diventava un locale pubblico dove tutti, si sentivano a casa loro